sabato 4 marzo 2017

Lettera alla mamma che ha abortito

di Elena Gal, Voci del Verbo

 
Ci sono vari articoli che trattano di aborto, di statistiche e dell’essere pro-life, ma io oggi voglio parlare a te, a te che ci sei passata in prima persona, a te che hai abortito. Qui nessuno ti giudica, perché nessuno ne ha il diritto… e non c’è un “ma” in arrivo, perché è così che deve essere sia per una questione cattolica che puramente etica. Aver abortito non rende te una persona “orribile, malvagia e degna solo di disprezzo” (neanche da te stessa!!), ma una persona sofferente, una persona che in un momento di debolezza e di difficoltà non ha visto altre alternative. Solo tu che ci sei passata puoi dirci le ferite fisiche, psicologiche ed emotive che l’aborto ti ha provocato. Solo tu che ti sei trovata su quel lettino a sentire il medico strappare pezzi della tua anima puoi dirci la dura verità dell’aborto: che non è quella la soluzione! 

Abbiamo parlato con numerose donne, sole o accompagnate dal padre del bambino, adolescenti o donne adulte, con le lacrime agli occhi o con la rabbia tra i denti, che per svariati motivi, ma sempre gravi e addoloranti, si ponevano la domanda: devo abortire? Ed ecco qui un fattore che vorrei sottolineare: non c’è un motivo futile, non c’è una ragione impropria, perché per te che sei lì quello è importante! Ma credere che l’aborto sia la soluzione è una tra le cose più assurde che la cultura di oggi ci propina. Perché abbiamo ben appurato che l’aborto provoca solo altra sofferenza ad una donna che già si trova in una situazione dolorosa! Per non parlare della morte di un bambino! Non è un bottoncino che spingi e puff tutto è sparito per magia! Tu, che hai abortito, lo sai che dovrai convivere per tutta la vita con quella ferita che mai si rimarginerà completamente!
Essere pro-life, difendere la vita di bambini innocenti e delle donne in difficoltà, non ti rende un giudice supremo della morale umana, ma solo una persona che sa cosa c’è in gioco. E chi meglio di te che hai dovuto abortire sa l’importanza della vita e la devastazione dell’aborto!

I cosiddetti pro-choice pongono spesso la questione sul fatto che “la donna deve avere il diritto di scegliere del proprio corpo”, “la donna non è un’incubatrice”, “l’aborto riguarda solo la donna”, “l’aborto deve essere legale per essere sicuro” o, ancora, “e se la gravidanza è conseguente ad uno stupro?!”. Lasciami allora buttare lì qualche spunto di riflessione per te, senza mettere in mezzo statistiche o altro come promesso all’inizio. 

Il fatto che la donna abbia un utero in grado di accogliere un altro essere umano, non la rende superiore o inferiore agli uomini e, come per tutti, non le rende il diritto di scegliere sulla vita di altri. Una donna ha assolutamente il diritto al suo corpo, come un feto ha il diritto al proprio. Quell’utero che, fortunatamente o sfortunatamente, fa parte della donna è biologicamente costituito per accrescere e accudire la vita di un altro essere umano che semplicemente si trova in un’età in cui necessita di cure particolari, in cui è naturalmente dipendente dalla madre. Credere allora che, per questo motivo, un feto sia meno importante, meno degno di avere una possibilità di vita è una vera e propria discriminazione. Viviamo in una società che sta eliminando finalmente pregiudizi come il sessismo, il razzismo o la discriminazione nei confronti dei disabili, ma continua ancora ad elogiare l’aborto: è un grandissimo controsenso! E ancora renderlo legale non lo ha reso sicuro: uccide sempre il bambino e la madre, se non fisicamente, emotivamente viene dilaniata per tutta la sua esistenza. Dire che l’aborto risolve tutto è semplice, è fare in modo che ci siano aiuti concreti alla madre e al figlio che, a quanto pare, è troppo impegnativo per questa società. E, infine, l’aborto non va ad eliminare lo stupro e sicuramente non punisce lo stupratore, né aiuta la donna a guarire, ma ne accresce ulteriormente il danno psico-fisico, già di per sé incommensurabile.

Abortire non è mai stata una scelta facile, non è mai stata una decisione semplice, e sicuramente non è mai stata indolore: allora tu, che lo sai anche meglio di me, unisciti a noi nella Marcia per la Vita! Non vergognarti del tuo passato, ma rendi quella vita tolta e questa tua sofferenza una testimonianza vivida e potente affinché non ci siano più donne afflitte e bambini senza voce. Gridare ora la tua angoscia può salvare innumerevoli vite!

giovedì 23 febbraio 2017

La Battaglia di Hacksaw Ridge



di Francesco Del Giudice e Anna Fagiolo

Il 2017, dal un punto di vista cinematografico, si apre con una piacevole notizia che è anche una certezza: Mel Gibson colpisce ancora, e ancora una volta fa centro. L’attore/regista di Braveheart, The Passion ed Apocalypto è tornato infatti sugli schermi con un nuovo film: La Battaglia di Hacksaw Ridge che narra l’esperienza sotto le armi (nella Battaglia di Hokinawa, nel Giappone del 1945) di Desmond Ross (Andrew Garfiled), un obiettore di coscienza onorato della più alta onorificenza militare statunitense. Si tratta senza alcun dubbio di un film che vale per intero il prezzo del biglietto (come anche quello dei pop-corn) in cui ogni singolo fotogramma è intriso di grandi tematiche (fede, patria, guerra, famiglia, tra le altre) e che permette al cervello, sia durante la visione del film che in seguito, di accendersi e di lavorare: sia che si torni a casa in silenzio, sia che si lasci il cinema discutendo con i propri amici, le domande che Mel Gibson ha voluto lanciare a tutto il mondo vengono prepotentemente a galla.

Abbiamo visto il film in un pomeriggio della settimana scorsa, in una sala semi-vuota (ma era pur sempre lo spettacolo delle 15:00) e tornando a casa abbiamo animato il vagone del treno sul quale ci trovavamo discutendo apertamente, e sotto certi versi anche animatamente, delle numerose tematiche del film ed abbiamo deciso di farvene partecipi. Su diversi punti le nostre visioni coincidono, su altre un po’ meno ma il semplice fatto che ne è scaturita una discussione vuol dire che le domande che ci siamo posti non sono poi così peregrine: se una cosa è evidente, infatti, è logico parlarne ma se si parla di un qualcosa che non c’è vuol dire fantasticare.

Il film in se stesso è molto semplice, e la trama rispecchia i primi 20/25 anni della vita di Desmon Ross che abbiamo tratteggiato poco sopra. La struttura della trama riprende inoltre elementi che si ritrovano anche in altri film dello stesso genere: un inizio per così dire pacifico (sebbene le primissime scene riportino parti della battaglia che troveremo in una parte sostanziosa di tutta la pellicola), l’arruolamento volontario nell’esercito degli Stati Uniti del protagonista ed il relativo addestramento, la realtà del campo di battaglia. In chiusura c’è anche una brevissima parte documentale, con alcune video interviste realizzate ad alcuni dei protagonisti, cosa che rende il prodotto anche interessante perché permette di uscire dalla logica della finzione ed addentrarsi sempre più nei dedali della coscienza personale di ciascuno dei protagonisti. I dialoghi non sono mai banali, con una punta di spirito qua e là per distendere la tensione (memorabile la discussione tra Desmond ed un suo commilitone, suo acerrimo nemico durante l’addestramento, nella prima notte che segue la battaglia dove i due sono stati buttati in mezzo dai loro superiori). Come ci ha abituato a fare nei suoi ultimi lavori, Mel Gibson cura in maniera dettagliata la fotografia, che restituisce un’immagine accurata di ferite e di esplosioni, come anche le condizioni di vita di quello che si può incontrare in guerra: non manca il punto di vista di ogni soldato, rappresentato ora dalla camera sfocata (riproducente lo sguardo spento e spossato di Desmond dopo le fatiche della notte alla ricerca dei feriti) ora dal fucile da guerra da cui saltano fuori decine di bossoli. Non manca l’elemento romantico, vale a dire la storia d’amore tra Desmond e sua moglie Dorothy, raccontata con emozione e semplicità senza né fronzoli di sentimentalismo né, tantomeno, mostrare una benché minima immagine di sesso esplicito: in una settimana in cui un film inneggiante all’amore sadomasochista, scevro di qualsiasi affetto e basato unicamente sulla dominante sessuale e psicologica, sta sbancando ai botteghini è bene invece sottolineare come si possa parlare, ed anche mostrare, un amore ed anche un rapporto, come può essere quello tra un marito e sua moglie, senza tuttavia mostrare nudità o rapporti sessuali consumati.

Tornando alle scene che rimarranno impresse agli occhi dello spettatore, sicuramente non si può tacere il contrasto tra la dimensione e l’ambiente familiare (in particolare dell’infanzia) del protagonista e quella bellica, in tutta la sua brutale e nuda verità, che viene trasmessa a livello visivo da splendide inquadrature del paesaggio in cui avvengono le singole vicende: casa Ross è circondata da erba verde, un bosco, montagne ed anche un fiumiciattolo; sul campo di battaglia, lontano centinaia di miglia da casa, invece, la macchina da presa si focalizza sulla rupe sassosa ed irta che conduce ad una spianata dominata solo da alberi secchi, e dalla presenza dei tanti morti sul terreno duro brulicante di topi che si cibano delle carcasse dei soldati caduti. Ma attenzione: essendo il film un ritratto vero delle vicende di Desmond (e non una finzione idilliaca ed idealizzante, in stile Famiglia del Mulino Bianco) il paesaggio non deve fuorviare il giudizio dello spettatore: a casa Ross non sono tutte rose e fiori e, contemporaneamente, è proprio sul terribile campo di battaglia (in cui il colore dominante è il grigio del fumo dei colpi sparati ed il rosso delle carni straziate) che il protagonista mette davvero alla prova se stesso e riesce soprattutto a far del bene. Da questo punto di vista, è emblematico uno scambio di battute tra i soldati della compagnia di Desmond che arriva a pochi metri dal Hacksaw Ridge ed il medico della compagnia che invece l’ha appena abbandonata («Com’è li sopra? Ehi! Ho detto com’è li sopra?», «L’inferno: i musi gialli non temono la morte, anzi: la cercano»): probabilmente è questo il punto di cesura tra la prima e la seconda parte del film, tra la vita dura ma pur sempre lontana dalla prima linea della caserma e il campo di battaglia, tra la luce e l’ombra, tra la preparazione e il mettere in pratica, tra le scelte da compiere ed il metterle in pratica all’istante.

Il film di Mel Gibson parla di coerenza, e probabilmente lo fa sia da un punto di vista “americano” che “giapponese” (mostrando ad esempio anche l’indomito coraggio ed il sacrificio epico dei nemici i quali si buttano all’assalto, quasi alla baionetta, spinti dall’ideale di servire la Patria) partendo tuttavia da un punto di vista ben chiaro e apparentemente contraddittorio: Desmond Ross è un soldato che arruolatosi volontariamente (perché l’esercito degli Stati Uniti non è un esercito formato da coscritti di leva come lo intendiamo noi europei) sceglie di vestire un’uniforme militare ma di non toccare assolutamente un’arma, perché «morde» (e ricorda a Desmond di aver desiderato di uccidere con una rivoltella suo padre ubriaco cercando di salvare sua madre dalle percosse,) volendo andare testardamente in prima linea senza possibilità di difendersi ma, anzi, cercando di salvare, in quanto operatore sanitario, le vite dei propri commilitoni. Si tratta di una coerenza di pensiero (e che, quindi, si traduce anche in coerenza di azione secondo l’adagio agere sequitur esse) che probabilmente solo Mel Gibson poteva mettere in scena in maniera così nuda e perfetta: se infatti volete una riflessione patinata o stereotipa del fare il proprio dovere e di ricordare gli esempi di storia patria, questo film non fa per voi. La vita di Desmond (ma, ripetiamo, probabilmente di tutti, o quasi tutti, i protagonisti del film) si traduce in eventi che lo spingono ad andare oltre il minimo indispensabile a tenere a bada la propria coscienza.

Desmond, benché venga bollato come vigliacco ed un antiamericano solo perché obiettore di coscienza, riesce con una tenacia che ha dell’incredibile, radicata solamente nella sua fede di Cristiano Avventista del Settimo Giorno, a mantenere la sua posizione: Desmond non nasconde la sua identità ma l’afferma o la sottolinea quando è necessario farlo, senza quindi vanagloria o fanatismi («Ti credi meglio degli altri?» «No, per nulla!» - «Figliolo, tutti qui crediamo in quel libro, ma nessuno si comporta come te: perché fai così?» «Perché sono un Cristiano Avventista del Settimo Giorno ed il sabato è il mio shabbat, Signore»). La cifra di tutto il film, di tutta la vita di Desmon Ross, è infatti questo principio: si deve fare ciò che si è chiamati a fare (e che, dunque, si deve fare). Secondo il linguaggio della dottrina morale della Chiesa Cattolica questo corrisponde al proprio dovere di stato: ogni persona, cioè, deve agire facendo quello che deve fare e solo facendolo la sua vita si riempie di senso e diventa pienamente vissuta. Mel Gibson da questo punto di vista, a nostro parere, mutatis mutandis, è paragonabile a Santa Caterina da Siena la quale rivolgendosi sia ai vari principi del suo tempo sia ai suoi discepoli, esortava tutti con l’invito «se sarete quello che dovete essere, metterete a fuoco l’Italia»: Mel Gibson infatti porta sullo schermo non solo una delle battaglie più cruente del fronte del Pacifico della II Guerra Mondiale, non porta unicamente una riflessione sulla pace e sulla guerra (tra l’altro, se questa interpretazione fosse corretta, Desmond sarebbe in palese contraddizione con se stesso in quanto non critica mai né i Giapponesi né tantomeno i suoi commilitoni che sparano ed uccidono il nemico che gli si pone dinanzi: anzi, per poter salvare diversi compagni, non esita ad esporsi per far uscire allo scoperto cecchini e soldati nemici nascosti che verranno a loro volta presi di mira ed uccisi dagli americani), e altresì non racconta nemmeno unicamente la singolare vicenda di un obiettore di coscienza in prima linea. Mel Gibson ci parla di altro, ovvero di come una persona deve compromettere tutto se stesso quando sa e sente di dover compiere una determinata azione anche in palese contraddizione con il pensiero dominante. La frase radicale (intendendola anche in senso etimologico, che è dunque alla radice delle cose) non è tanto la preghiera di Desmond sul campo di battaglia «Ti prego Signore, fammene trovare un altro» bensì il grido di (quasi) disperazione che il protagonista rivolge a Dio all’interno della cella in cui è stato confinato dai suoi superiori che non accettano la sua obiezione di coscienza: «Cosa vuoi da me?». E questa frase, sebbene non pronunciata, è facilmente individuabile negli occhi attoniti di Desmond il giorno in cui, con non poche fatiche, scala per la prima volta Hacksaw Ridge e vede dinanzi a se lo sfacelo procurato da giorni di bombardamento e dall’avanzata delle due parti in lotta tra di loro: stesso sguardo che ritroviamo al momento della ritirata statunitense quando Desmond si rifiuta di calarsi dalla rupe e rimane, inerme, sulla spianata del campo di battaglia avviandosi verso le fiamme dei bunker e delle trincee in fiamme (spettacolare la visione del muro di fuoco, un vero e proprio inferno, in cui il protagonista, novello Dante, entra per poter salvare i propri compagni).

Desmond crede realmente  in quello che fa e lo fa perché crede quasi volesse mostrare che la fede senza le opere è vana[1]. Ma dobbiamo stare attenti ad alcuni possibili errori frutto dell’emotività che suscita il film e la sua figura: Desmond, e quindi Mel Gibson, lo ripetiamo, non fa un elogio dell’obiezione di coscienza in contrapposizione a chi sceglie di abbracciare le armi per difendere il proprio Paese ed i valori nazionali; non vi nascondiamo che la prima persona che ci è venuta in mente guardando il film, non è stato né Gandhi né altri maestri della non-violenza: a nostro avviso il miglior paragone che si possa fare è quello, anche qui mutatis mutandis,  con Santa Giovanna d’Arco vale a dire di una giovincella che, contrariamente a tutti gli standard della sua epoca, spinta da voci interiori, si rivolse al futuro Re di Francia ad accettare la Corona del Regno (invitando quindi a fare ciò che doveva fare) e prese le armi andando anche in battaglia contro gli invasori inglesi: né Giovanna né la Chiesa Cattolica hanno mai fatto un elogio della carriera militare femminile ma, contemporaneamente, è innegabile che ha compiuto la volontà di Dio ricoprendo incarichi riservati generalmente agli uomini e imbracciando le armi.

Desmond non è un santo modernamente inteso, vale a dire – ci sia permessa la semplificazione – perfetto e tutto miele e zucchero: egli è un uomo di carne e ossa, con tutti i suoi pregi e tutti i suoi difetti, Desmond, in quanto uomo, ha le sue passioni, i suoi momenti bui, le sue gioie ed i suoi amori ma che, pur tentano continuamente di abbandonare tutto e tutti (la tentazione a lasciar perdere tutto è sempre dietro l’angolo, cosa che Mel Gibson sa bene: in The Passion non è forse lui ad inserire tra le persone che seguono Gesù nella Via Crucis, probabilmente per la prima volta in tutta la storia del cristianesimo, il Diavolo che tenta Cristo non volendo che si compia il sacrificio della croce?) riesce sempre a reagire (oppositum per contrarium afferma sempre la morale cattolica) con uno slancio eroico[2] degno di questo nome impegnandosi sempre a compiere il bene che corrisponde – e sarà sempre bene ricordarlo fino alla nausea – nell’esercizio di ciò che si deve fare in un determinato momento.

A proposito della rappresentazione a tutto tondo della persona del protagonista, è interessante il rapporto che Desmond ha con Thomas, suo padre (Hugo Weaving), rimasto traumatizzato dalla perdita degli amici commilitoni sul Fronte Occidentale della Grande Guerra (da cui è tornato con due medaglie al merito): alcolista violento, prende le distanze dai figli al momento dell’arruolamento si arruolano per poi far leva sulle sue conoscenze per aiutare il figlio minore cui si voleva negare la sua peculiarità di obiettore di coscienza sotto le armi. Desmond sa benissimo che ha un padre tremendo, e lo confesserà anche nella prima notte di guerra al suo compagno di fossa, ma ugualmente lo ama, soprattutto per avergli trasmesso quel sentimento di amor patrio che lo muove all’arruolamento ed alla guerra. E proprio questo amore/odio per il padre che spinge il figlio a prendere la risoluzione di non uccidere, anzi: di non toccare nemmeno un’arma. Quale migliore occasione per comprendere, vivere e trasmettere ciò che dice San Paolo «tutto concorre al bene di coloro che amano Dio», rendendo visibile il fatto che Dio trae sempre un bene dal male?
Per concludere dobbiamo dare ancora fare alcune brevi considerazioni.

La prima è che ci ha (felicemente) sconvolto il fatto che il film si apra con la frase «una storia vera» e non «tratto da una storia vera» e sia assente il benché minimo accenno a rimaneggiamenti o libertà del regista e degli sceneggiatori: tutto ciò che Mel Gibson racconta è vero, corroborato dalle testimonianze finali di alcuni protagonisti, ormai anziani, degli eventi (se non ci fosse stata quella scritta sarebbe stato difficile ammettere che Desmond abbia deviato ben due bombe a mano giapponesi, la prima con le mani e la seconda con un calcio degno di un centrocampista per poter salvare i suoi compagni). Ci piaccia o non ci piaccia, quello che è concentrato nel film ha fatto realmente parte della vita di quest’uomo e dell’esercito degli USA. E’ ovvio che la Bibbia sia una specie di sottofondo di tutta la trama (gli esempi sarebbero tantissimi ma basta ricordare il parallelismo tra la preghiera di Desmond prima dell’assalto finale che spinge gli uomini a battersi come leoni con la preghiera di Mosè durante le campagne di conquista della Terra Promessa compiute da Giosué) ma, come anche dicevamo prima, se un fedele vuole vivere intensamente la propria vita saprà leggere e trarre tutti i benefici possibili da ciascuna pericope delle Sacre Scritture ricordando sempre che è lo Spirito Santo, secondo quanto promesso e garantito dalle parole di Gesù, che ci indicherà i modi ed i tempi di agire e parlare.

La seconda riguarda un parallelismo impossibile da non compiere vedendo il film e contestualizzandolo all’interno delle aspre polemiche, che negli USA avvengono praticamente quotidianamente, che riguardano la libertà religiosa ed il ruolo pubblico delle religioni nella società: lo scambio di battute, dure e taglienti come può avvenire quando si difende la verità, tra Thomas Ross ed il giudice della corte marziale che deve giudicare suo figlio ne è una riprova. La conferma è data anche da una delle interviste finali in cui viene affermato che avere o non avere una fede, e quindi difenderla e non difenderla, non è la stessa cosa: la sottolineatura dei valori costituzionali, delle garanzie riconosciute dai Padri Fondatori, dai valori incarnati e rappresentati e difesi dalle uniformi militari non lasciano dubbi al riguardo.

Si tratta di un ottimo film per chi al cinema non va solo per passare un po’ di tempo. Questi sono i film che prendono e che restano attaccati molto più a lungo della durata della pellicola. Secondo Francesco non è un vero kolossal benché abbia ottenuto diverse nomination agli Oscar (Francesco avrebbe infatti gradito maggior rispetto e riconoscimenti per The Passion e forse ancor di più per Apocalypto). Forse non si tratta di un vero e proprio kolossal al pari di altri lavori di Mel Gibson ma è, e resterà tale, ciò che l’ha definita il settimanale Tempi: «una gibsonata». Mel Gibson c’è. E ringraziamo Dio che ce l’ha ridato.
E parlando di Dio chiudiamo la nostra riflessione con un’ennesima, necessaria, essenziale, ineludibile domanda cui però non vogliamo dare risposta perché probabilmente Mel ce la lascia volutamente aperta: il protagonista vero del film chi è? Desmond o Dio?

Anna Fagiolo - Francesco Del Giudice


[1]Cfr. Gc 2,26. E’ innegabile che l’essere coerenti nei fatti con la propria fede comporta anche un’azione nella vita pubblica sulle orme di Cristo che, medico delle anime e dei corpi, si è fatto tutto a tutti fino all’effusione del suo sangue per la salvezza di tutta l’umanità: riconosciamo sinceramente che senza la citazione della Lettera di San Giacomo è difficile per noi far capire questo concetto.
[2]E’ doveroso, facendo una rapida incursione nella teologia cattolica, ricordare un principio della Chiesa Cattolica oggigiorno abbastanza dimenticato: contrariamente a quanto si pensi, la santità non consiste nel fare il bene (inteso in maniera generica, filantropica ed umanitaria) bensì nell’esercizio eroico delle virtù che si dividono in due grandi gruppi, le cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza) e le spirituali (fede, speranza e carità). Solo partendo da questo punto si capisce come la Chiesa, e da sempre, venera come Santi sia uomini di governo che monache di clausura, medici e religiosi, sacerdoti e laici, sposi e consacrati, semplici insegnanti ma anche teologi, agricoltori e guerrieri, etc.

venerdì 3 febbraio 2017

Edith Stein. Breve invito alla lettura di una filosofa da rivalutare

Il 27 Gennaio si celebra in tutto il Mondo La Giornata delle Memoria, dedicata alla Shoa ed a tutte le complesse vicende dei crimini operati dal nazionalsocialismo. La rubrica di filosofia Quid est Veritas? intende rendere omaggio a tutte le vittime di questa barbarie proponendo un invito alla lettura delle opere di antropologia e pedagogia di Santa Teresa Benedetta della Croce (al secolo Edith Stein) deportata e uccisa ad Auschwitz-Birkenau il 9 Agosto 1942.

La figura di Santa Teresa Benedetta della Croce (al secolo Edith Stein) non è conosciuta come meriterebbe sia in ambito cattolico che filosofico in generale. Poiché la sua poliedrica personalità non è facilmente etichettabile in categorie, si tende generalmente a dimenticarla, soprattutto in Italia, anche a livelli accademici e scolastici.
Come potremmo definire Edith Stein? Nata ebrea, divenne ben presto atea; si avvicinò alla filosofica di Husserl (facendo anche la crocerossina volontaria durante la I Guerra Mondiale) come anche al mondo femminista; anche grazie alla filosofia scoprì la fede cattolica, cui si convertì nel 1921 (venne battezzata il 1/01/1922); grazie alla fede cattolica rilesse tutta la sua vita e le sue esperienze accademiche e filosofiche avvicinandosi sempre più al pensiero di San Tommaso d’Aquino; continuò i suoi studi sulla donna ma da un punto di vista anche pedagogico e non solamente filosofico; decise di consacrarsi a Dio entrando nel 1938 nel Carmelo prendendo il nome di Teresa Benedetta della Croce; in convento scrisse opere di teologia mistica cercando tuttavia di continuare a proseguire i suoi studi filosofici; senza rinnegare o nascondere le sue radici ebraiche venne deportata insieme alla sorella Rosa nel campo di concentramento di Amersfort, poi in quello di Westerborck ed in fine in quello di Auschwitz-Birkenau, dove venne asfissiata e cremata il 9/08/1942; la Chiesa Cattolica ne ha riconosciuto la morte in odium fidei, e dunque il titolo di martire, beatificandola nel 1987 e canonizzandola l’11/10/1998; nel 1999 è stata dichiarata Compatrona d’Europa[1].
Chi è dunque Edith Stein? Una filosofa, una religiosa, una pedagogista, un’atea, una convertita, una femminista, una martire, un’ebrea, una perseguitata? Ed inoltre: è corretto chiamarla Edith Stein? Oppure dovremmo chiamarla con il nome che assunse da religiosa e che la Chiesa Cattolica le riconosce (cioè quello di Teresa Benedetta della Croce)? Ed il suo pensiero filosofico fu una mera riproposizione delle tesi di Husserl o di San Tommaso oppure ebbe delle intuizioni innovative, se non un vero e proprio pensiero autonomo?
Sono interrogativi non di poco conto in quanto noi siamo abituati, volenti o nolenti, a categorizzare tutto lo scibile umano, cercando di compiere sempre più una distinzione (se non una vera separazione) tra le varie materie e conoscenze: con Edith Stein tutto ciò cade dinanzi ai nostri occhi in quanto la sua personalità è talmente grande da non poter essere né severamente categorizzata né contenuta in una semplice etichetta. Con un sommo atto di umiltà dobbiamo semplicemente affermare che Edith Stein è stata ciò che è stata, nel senso che ogni affermazione di sopra, se contestualizzata nella sua precipua cornice storica e personale, risulta in ultima istanza vera: possiamo parlare di Edith Stein ma anche di Teresa Benedetta della Croce; abbiamo dinanzi un’ebrea convertita al cattolicesimo; venne deportata per motivazioni razziali ma anche per l’appartenenza alla Chiesa Cattolica olandese che aveva denunciato i crimini nazisti; e così per ogni domanda che ci siamo posti sopra.
Al riguardo sono molto belle e chiarificatrici le espressioni usate da Giovanni Paolo II «ci inchiniamo profondamente di fronte alla testimonianza della vita e della morte di Edith Stein, illustre figlia di Israele e allo stesso tempo figlia del Carmelo. Suor Teresa Benedetta della Croce, una personalità che porta nella sua intensa vita una sintesi drammatica del nostro secolo, una sintesi ricca di ferite profonde che ancora sanguinano; nello stesso tempo la sintesi di una verità piena al di sopra dell'uomo, in un cuore che rimase così a lungo inquieto e inappagato»[2]; «tutto in lei esprime il tormento della ricerca e la fatica del “pellegrinaggio” esistenziale. Anche dopo essere approdata alla verità nella pace della vita contemplativa, ella dovette vivere fino in fondo il mistero della Croce»[3].
Tutta la vita di Edith Stein, infatti, è stata una continua ricerca della verità, abbandonando di volta in volta ciò che non lo era ma portando con sé le intuizioni ed il bene di ogni esperienza. E’ altrettanto vero ed evidente, inoltre, che Edith Stein ha vissuto profondamente, coscienziosamente, ed anche liberamente, ogni fase della sua vita: dalla ricerca della verità nella fenomenologia fino all’accettazione di morire per mano dei nazisti del campo di Auschwitz per la salvezza del suo popolo[4]. La ricerca del senso profondo della vita, e dunque della verità[5], è infatti il fuso attorno al quale si dipana tutta la vita della filosofa tedesca e che è possibile rintracciare in tutte le sue opere, da quelle della gioventù fino alla Scientia Crucis[6] (considerato il suo capolavoro teologico).
Un altro valido motivo per cui Edith Stein non è conosciuta è la facilità di lettura delle sue opere: avete letto bene, non ho sbagliato a scrivere. Ritengo infatti che più un autore è di aiuto per i nostri giorni, e ancor di più se parla chiaramente, più è rifiutato dalla sedicente cultura contemporanea che, come è noto, non cerca il senso profondo delle cose, limitandosi invece alla mera descrizione dei fenomeni: volendo mettere sullo stesso piano tutto, fuorché una definizione precisa di Verità, alla fine non accetta nulla ed è costretta pertanto a rifiutare la stessa filosofia.
Si può cominciare a leggere Edith Stein pur non avendo grandi conoscenze filosofiche e conviene approfittare immediatamente delle sue conferenze o delle sue lezioni (tenute prevalentemente ad un pubblico giovanile e femminile) che ora sono raccolte nell’opera omnia in italiano sotto i titoli di La Donna. Questioni e riflessioni[7] e La struttura della persona umana. Corso di antropologia filosofica[8]. Altri testi più organici (cioè non derivanti da testi letti in lezioni, conferenze, etc) si collegano a questi due testi e sono altrettanto belli da leggere: dubito infatti che dopo aver letto qualche brano di Edith Stein non sorga il desiderio di leggerne altri passi. Potranno passare qualche settimana, anche dei mesi o degli anni, ma quel desiderio rimarrà sopito nel cuore del lettore, alla ricerca di un pensiero profondo ma altrettanto semplice e chiarificatore.
I due volumi che ho appena citato, e lo dico per esperienza diretta[9], sono probabilmente quelli che possono essere facilmente letti ed apprezzati da un pubblico giovanile e dagli studenti di storia della filosofia delle scuole; tutti i suoi testi sono molto belli (compreso l’epistolario) ma oggigiorno mi sembra di ritrovare le stesse motivazioni che spinsero Edith Stein ad occuparsi di pedagogia ed antropologia filosofica:  la negazione dell’uomo e la riduzione dell’educazione a mera istruzione. Leggere questi due testi sarà una boccata di aria fresca, leggera e salubre per i nostri poveri ragazzi costretti invece a studiare solamente la parte destruens e negativa della filosofia del novecento contro cui si scontrò la stessa Edith Stein (in particolare Heidegger): e diciamo questo a ragion veduta, in quanto il metodo fenomenologico[10] di Edith Stein (che ella prende da Husserl, sebbene con alcune specificazioni e differenze) è molto vicino alla filosofia realista propria del pensiero classico e cristiano.
Leggiamo dunque Edith Stein (lo dico prima di tutto a me stesso) e andiamo alla ricerca di persone positive del mondo della filosofia contemporanea, che sanno dialogare sia con il passato che con le sfide a noi contemporanee, abbeverandoci a quella fonte del sapere classico che come un fiume carsico giunge fino ai nostri giorni: scopriremo che questi scritti non hanno età ed un valore profondo per tutta l’umanità.

Francesco Del Giudice


[1] Lettera Apostolica in forma di «Motu Proprio» Spes Aedificandi del 1 Ottobre 1999. I Patroni d’Europa sono in tutto 6, 3 donne e 3 uomini. Santa Teresa Benedetta della Croce è stata associata nel suo patronato ad altri Santi e Sante che la Chiesa Cattolica considera come dei veri giganti della fede: Santa Caterina da Siena (Vergine e Dottore della Chiesa, mistica, consigliera di Papi e Sovrani); Santa Brigida di Svezia (che fu moglie, madre, religiosa e fondatrice, avendo anche visioni mistiche e rivelazioni personali); San Benedetto (padre del monachesimo d’Occidente); San Cirillo e San Metodio (apostoli degli Slavi, ideatori della scrittura cirillica con cui tradussero anche la Bibbia).
[2] Giovanni Paolo II, Beatificazione di Edith Stein – Teresa Benedetta della Croce, Colonia 1/05/1987.
[3] Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica in forma di «Motu Proprio» Spes Aedificandi del 1 Ottobre 1999, n. 8.
[4] All’epoca della sua deportazione, Suor Teresa Benedetta si trovava in Olanda, nel Carmelo di Echt, insieme a sua sorella Rosa (anch’ella convertita al cattolicesimo): era stata trasferita in Olanda dai suoi superiori nel 1938, a seguito dell’inasprimento delle persecuzioni naziste contro gli ebrei. Nel Luglio 1942 i Vescovi olandesi cattolici decisero di leggere pubblicamente nelle chiese una dura condanna contro i pogrom e le deportazioni degli ebrei ad opera dei nazisti: non solo aumentò la persecuzione, ma come rappresaglia vennero perseguitati e deportati anche gli ebrei convertiti, tra cui vi erano Edith e Rosa Stein. Il 2 Agosto la Gestapo andò a prelevarle nel Carmelo. Le ultime parole di Edith Stein sono rivolte a Rosa: «Vieni, andiamo [a morire] per il nostro popolo».
Il 4 Agosto 1939, Teresa Benedetta della Croce aveva fatto la sua personale offerta al Sacro Cuore di Gesù per tutti gli ebrei e per tutti gli oppressi.
[5] Ci si ricordi della definizione di filosofia data all’inizio di questa Rubrica, vale a dire la risposta alle domande profonde dell’uomo: chi sono?, come sono?, da dove vengo?, dove vado?, perchè sono?
[6] Edith Stein, Scientia Crucis, Edizioni OCD, Roma 2011, 448 pagine, ISBN: 9788872295304.
[7] La donna. Questioni e riflessioni, Città Nuova – Edizioni OCD, Opere complete di Edith Stein - Vol. 13, Roma 2010, 358 pagine, ISBN: 9788872294765.
[8] La struttura della persona umana. Corso di antropologia filosofica, Città Nuova – Edizioni OCD, Opere complete di Edith Stein - Vol. 14, Roma 2013, 245 pagine, ISBN: 9788872295670.
[9] Lo scorso anno ho tenuto una conferenza sui testi appena citati di Edith Stein per il Triennio di un Liceo Classico: anche gli alunni che non avevano studiato le filosofie del XX secolo erano profondamente interessati ed attenti sia al discorso generale che alle citazioni dirette della filosofa.
[10] «Il principio più elementare del metodo fenomenologico: considerare le cose stesse. Non andare a consultare le teorie sulle cose; escludere, ove è possibile, tutto ciò che si ascolta, si legge o che si è costruito da soli, avvicinarsi a esse con uno sguardo privo di pregiudizi e attingere all’intuizione immediata […] il secondo principio recita infatti: indirizzare lo sguardo all’essenziale»: La struttura della persona umana. Corso di antropologia filosofica, Città Nuova – Edizioni OCD, Opere complete di Edith Stein - Vol. 14, Roma 2013, p. 39

martedì 24 gennaio 2017

70 Anni e non sentirli: buon compleanno a Peppone e Don Camillo!

Riprende oggi la pubblicazione degli articoli di storia all’interno della Rubrica Lux Veritatis dopo alcuni giorni di vacanze. Lo facciamo con un articolo dedicato ad un anniversario passato un po’ in secondo piano ma che a nostro giudizio meriterebbe di essere approfondito maggiormente. Quello che vi proponiamo vuole essere un invito alla lettura dei racconti del Mondo piccolo di Giovannino Guareschi tra cui spiccano, ovviamente, quelli di Peppone e Don Camillo.


Con un un mio amico, la sera del 29 Dicembre 2016, si parlava dell’imminente messa in scena della Favola di Natale di Giovannino Guareschi (il papà di Peppone e Don Camillo, per intenderci) che con diversi amici avremmo rappresentato il 6/01/2017 a Segni. Ad un certo punto questo amico mi ha chiesto: «Levami una curiosità: mentre cenavo, hanno parlato al TG di un anniversario di Guareschi… ma non ho seguito bene… tanto poi l’avrei chiesto a te: ne sai qualcosa?». Sono caduto dalle nuvole perché non mi veniva in mente nulla: se anche ci fosse stato qualche anniversario, io per primo non ci stavo minimamente pensando. Non che sia un esperto di Guareschi, ma si tratta sempre di un autore che leggo volentieri e consiglio sempre. Mi sono messo a fare una semplicissima ricerca e, meraviglia!, ho scoperto che il mio amico aveva ragione da vendere: si trattava del 70simo compleanno di Peppone e Don Camillo, nati esattamente l’antivigilia di Natale del 1946 dalla penna di Guareschi. Chiedendo perdono sia al mio amico che al buon Giovannino, da quel giorno mi sono riproposto di far conoscere ai lettori di questo blog questo grande quanto dimenticato (in primis dal sottoscritto) anniversario.
Qualcuno potrebbe dire: cosa c’entra Guareschi con la storia? E che senso ha parlare di figure letterarie come di personaggi realmente vissuti? Questa domanda, poiché legittima ed interessante, merita una risposta immediata: non solo le avventure di Peppone e Don Camillo sono ambientate in un determinato periodo storico (incarnando tutte le tipologie di persone del loro Mondo piccolo che cronologicamente si estende dal 1946 al 1966) ma ci permettono di poter dialogare, approfondire e meditare tematiche di largo respiro che hanno sempre il loro fondamento nella storia e nella filosofia. E’ lecito infatti secondo me parlare di storia come anche di filosofia citando Guareschi ma ancor più citando Peppone e Don Camillo. A mio parere, anzi, Guareschi si comporta come un vero storico ed un vero filosofo (analizzando cioè ciò che succede dinanzi ai suoi occhi cercandone i nessi, le cause e le motivazioni profonde) sebbene lo faccia nella maniera a lui solita, cioè il racconto: secondo me, Giovannino potrebbe entrare nei manuali di filosofia ma anche in quelli di storia (oltre a quelli di letteratura, ovviamente) anche più legittimamente rispetto ad altri personaggi ed autori. Come ho spesso detto a diverse persone, non solo reputo Guareschi rappresentante di un pensiero comune (cioè realista) ma andrebbe fatto leggere e meditare, in maniera obbligatoria e continuativa, nelle scuole ma soprattutto nei seminari.
A Guareschi in generale, ed al Mondo piccolo in particolare, io infatti riconosco (e dunque gli attribuisco) il carattere di classico, vale a dire di un’opera che ha più cose da dire ai posteri rispetto alle già infinite che ne poteva dire ai suoi contemporanei[1]. Un classico che non insegni nulla di diverso da ciò che è scritto non può essere degno di questo nome: al massimo è un mero libro, cioè un’opera scritta in epoche più o meno antiche. Ma di opere di questo genere, di cui apprezziamo magari lo stile, la forma letteraria, finanche l’intreccio, non so cosa farmene. Un classico parla alle corde profonde della coscienza del lettore, un libro lo appassiona semplicemente alla lettura. Un classico fa pensare (magari in maniera anche divertente come fa Giovannino), un libro fa solo passare tempo al lettore[2]: non per nulla a Clive Staples Lewis è attribuito il seguente aforisma: «un libro non merita di essere letto a dieci anni se non merita di essere riletto a settanta».
Peppone e Don Camillo, come anche tutto il Mondo piccolo, ci riportano infatti sia tutti i caratteri dell’animo umano ma ci permettono di immergerci in questioni di capitale importanza per la vita di ogni uomo: fermo restando alcune inevitabili caratteristiche proprie di Guareschi, contingenti al periodo in cui scriveva e ad alcune sue idee di portata particolare, il Mondo piccolo potrebbe essere la cartolina di ciascuno dei nostri paesi, delle nostre famiglie, delle nostre comunità religiose. Nel Mondo piccolo è tale infatti perché riesce a racchiudere in sé ogni aspetto tipicamente umano sia nella parte positiva che nella parte negativa: vizi e virtù, destra e sinistra, amore ed odio, sacrilegio e devozione, fede e scetticismo, lavoro e festa, pianto e riso, vita e morte, perdono e vendetta. E questo elenco potrebbe continuare pressoché all’infinito. Difficilmente potremmo trovare in qualche altra raccolta di racconti brevi (perché tale è il Mondo piccolo) un ritratto dell’uomo così completo e così veritiero come quello tratteggiato dalla penna di Guareschi. Ma c’è sempre un protagonista più importante degli altri, benché a volte non appare nemmeno: sopra ogni cosa c’è infatti Dio che quando parla interviene per mezzo di Suo Figlio, vale a dire il Cristo Crocifisso[3]. Il Mondo piccolo infatti sottostà alle leggi ed alle evidenze di ragione: ogni volta è presente sempre una gerarchia cui ovviamente spetta la primazia al Creatore del mondo, benché non tutti i personaggi dei racconti accettino o trattino bene il Padreterno il quale però ha un grande amore nei confronti dei suoi figli ed è per questo che mostra di continuo la sua misericordia ma anche, se necessario, la sua giustizia.
Nei primi racconti di Don Camillo e di Peppone noi abbiamo uno spaccato della vita contadina e mano a mano che gli anni avanzano sembra quasi che le macchine stiano prendendo il sopravvento: potrebbe sembrarci un racconto da consegnare alla storia ma invece non è così perché i nostri personaggi, pur nella loro profonda diversità, entrambi ci trasmettono delle verità perenni dal momento che affondano le loro radici nelle corde profonde del cuore dell’uomo. Don Camillo ovviamente parte sempre da una visione del mondo cristiana e quando non lo fa, il Cristo dell’Altare Maggiore (ed a volte, addirittura!, lo stesso Peppone) lo riporta su questa strada in maniera anche brusca, ma sempre necessaria. Peppone, invece, quando non ragiona dal punto di vista prettamente marxista (come ebbe a dire Guareschi, gettando il cervello all’ammasso in favore, cioè, del punto di vista del Partito Comunista che, come è noto, non può sbagliare) ragiona invece da umile e forte (se non rude) uomo della campagna che guarda al progresso come un qualcosa di positivo ma da cui bisogna non farsi prendere troppo la mano. Partendo da queste due premesse, non uguali ma complementari tra di loro, sia Peppone che Don Camillo riescono ad uscire indenni dalla guerra, dai furori delle ideologie, dalle novità e le rivolte degli anni ’60 ma che, se continuassero ad esistere, potrebbero ancora dire tanto al nostro mondo in perenne cambiamento.
Dobbiamo fare attenzione, tuttavia, a non confondere i ruoli e i punti di vista dei personaggi del Mondo piccolo (cosa che, invece, sembra talvolta accadere nella trasposizione filmica di alcuni racconti) in quanto sono legati tra loro non solo gerarchicamente ma anche qualitativamente: Peppone è e sempre rimarrà comunista, benché il suo animo più profondo lo riporterà spesso e volentieri all’uso corretto della ragione (non alimentato, cioè, da faziosità partitiche ed ideologie) e don Camillo, per quanti difetti possa avere, e per quanti errori possa fare, sarà sempre e solo l’obbediente pastore di un gregge che il buon Dio (che, ricordiamo, parla per mezzo di Suo Figlio, il Verbo Incarnato) gli ha affidato. In effetti una delle perle del Mondo piccolo sta proprio nel trovare, come accade a noi ogni giorno d’altro canto, dei piccoli difetti nelle persone che non stonano tuttavia con la persona: se Guareschi avesse descritto i suoi personaggi o pieni di tormenti (espressione tipica ad esempio dei libri gialli contemporanei) oppure dei personaggi perfetti (a tal punto da sembrare finti) non avrebbe avuto né il successo che ha avuto né avrebbe meritato quel carattere di classico di cui parlavamo prima. Pensiamoci bene: noi siamo perfetti? E le persone accanto a noi lo sono? Non sarebbe un atto di superbia grandissimo il vantarsi di una cosa simile? E, d’altronde, non siamo i primi a vedere la pagliuzza negli occhi del vicino senza considerare la trave che è nel nostro? Ecco perché Guareschi stesso ha chiamato le sue raccolte Mondo piccolo: in esso c’è tutto, e c’è soprattutto il buon vivere (ed anche il buon governo) che manca oggigiorno alle nostre società in preda invece ad un individualismo sempre più sfrenato che genera, come rovescio della medaglia, una corsa all’assistenzialismo di Stato che paralizza ogni iniziativa privata e l’autorealizzazione di se stessi (tipica invece di una dottrina politica basata sui talenti delle persone, e non sulle capacità tecnico-economiche dello Stato).
Peppone, Don Camillo e tutti i loro compagni di avventure hanno tanti pregi. Ed anche i loro difetti sono per noi pregi dal momento che Guareschi opera in questo caso una vera e propria pedagogia negativa facendoci vedere come i cattivi comportamenti hanno sempre la punizione che portano con sé: se non dovesse apparire in questa terra c’è sempre la giustizia divina che, puntuale e perfetta, saprà dare a tutti il giusto per le proprie azioni. Un altro elemento interessante di questo Mondo è il fatto che non vi è la benché minima traccia di parole volgari (o, come accade talvolta oggigiorno, di bestemmie): i racconti possono così essere destinati alla lettura sia di un pubblico adulto che di quello più giovane, segno ancora della perenne attualità di Giovannino Guareschi e di queste sue opere.
Questo articolo, come avete modo di vedere, non riporta nemmeno una citazione del Mondo piccolo benché ne potessimo scrivere centinaia: facendo questo, tuttavia, ne avremmo tralasciate altrettante. A noi infatti interessa dare oggi uno sguardo totale al Mondo piccolo ed inserirlo all’interno della nostra Rubrica di Storia: questi personaggi, queste avventure, queste riflessioni, devono essere infatti visti come lo specchio di un mondo che, ahimè!, sembra non esserci più ma che sarebbe bene che torni. Pertanto il nostro miglior consiglio che vi diamo è di correre a comprare subito Tutto Don Camillo[4] e cercare di vivere appieno il nostro passato, presente e futuro (cioè: memoria del passato, visione del presente, lavoro per il futuro) in compagnia dei nostri cari amici creati dal grande Giovannino Guareschi. Troverete da soli le frasi che vi guideranno e troverete anche gli episodi che più vi aiuteranno nel corso della vostra vita. Riprendendo il primo articolo di questa Rubrica, vogliamo solo riportarvi un passo (delicato quanto profondo) dedicato alla riflessione storica
Non si tratta di una mera riproposizione, ma la chiave per poter comprendere la semplice grandezza di Guareschi: «gli alberelli che adesso voi bambini pianterete dentro la terra sono come il legame fra la morte e la vita: fra la vita che sta sopra e la morte che sta sotto. E se l'avvenire dell’albero e il suo progresso verso l'alto sono sopra la terra, le radici sono sotto la terra. E ciò significa che l'avvenire è alimentato dal passato […] guai a coloro che non coltivano il ricordo del passato: sono gente che seminano non sulla terra ma sul cemento»[5].
Secondo me, nessuno ha mai espresso in così poche parole concetti così profondi.


22/01/2017
Francesco Del Giudice


[1] Italo Calvino si è espresso in termini molto simili ai nostri in due sue opere ("Italiani, vi esorto ai classici",«L'Espresso», 28 giugno 1981, pp. 58-68; Perché leggere i classici, Oscar Mondadori, Milano 1995) dando e commentando molte definizioni sul concetto di “classico” tra cui la seguente: «Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire».
[2] E’ interessante far notare che la Chiesa Cattolica usi un giudizio simile con gli scritti dei Santi: sebbene si debba prendere esempio da tutta la loro vita e le loro opere (compresi pertanto gli scritti), esiste infatti una gradualità e una gerarchia tra le loro opere. Solamente ad alcuni Santi, infatti, è riconosciuto il titolo di Dottore, vale a dire di persona che insegna con autorità ed ovviamente anche le loro opere sono riconosciute come insegnamenti autorevoli. Anche i Dottori della Chiesa, che si estendono dagli albori della Chiesa (San Giustino, Sant’Ireneo di Lione, etc) fino ai giorni nostri (Santa Teresina di Gesù Bambino) hanno tra loro una gerarchia cosicché è riconosciuto a San Tommaso d’Aquino non solo il titolo di Dottore Angelico ma anche quello di suprema autorità in campo filosofico e teologico. Al riguardo è interessante ricordare che tutte le opere dei Dottori della Chiesa sono riconosciute come autorevoli, dalle più grandi a quelle che a prima vista possono sembrare più insignificanti: si pensi a Santa Teresina di Gesù Bambino (che ha scritto pochissime opere di cui la più importante, Storia di un’anima, venne messa per iscritto dalla Santa solamente per spirito di obbedienza alla sua Superiora) e Sant’Alfonso Maria de’ Liguori il quale, accanto alle opere di morale ha anche scritto canzoncine popolari come il Tu scendi dalle stelle ed anche il Quanno nascette Ninno, scritto addirittura in lingua napoletana.
[3] «Dio nessuno lo ha mai visto: proprio il il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato(Gv 1,18).
[4] Tutto Don Camillo. Mondo Piccolo, BUR Biblioteca Universale Rizzoli, 3 volumi, 2869 pagine, 2003, ISBN: 978-8817995160.
[5] Giovannino Guareschi, Ricordando un vecchia maestra di campagna, Tutto Don Camillo, p. 2030. Mi segnala Fabio Trevisan, che ringrazio vivamente, questo passo di Chesterton (autore che Guareschi amava leggere) nel suo Ciò che non va nel mondo (del 1910): «Per qualche strana ragione l'uomo pianta sempre i propri alberi da frutto in un cimitero. L'uomo può trovare la vita soltanto in mezzo ai morti. L'uomo è un mostro deforme, con i piedi rivolti in avanti e la testa girata all'indietro».

domenica 8 gennaio 2017

Indagine su sessualità e affettività

Indagine su sessualità e affettività

Nel mese di Ottobre 2016 le Voci del Verbo hanno organizzato insieme ad altre associazioni diverse attività per sensibilizzare i giovani sul tema della castità prematrimoniale. Alcuni di noi hanno tenuto degli incontri in una scuola superiore di Benevento e condotto un'indagine su sessualità, vita e affettività, per capire meglio come la pensano i giovani su queste tematiche.

Questa relazione illustra brevemente i risultati principali ottenuti in questo lavoro e suggerisce alcuni possibili punti di partenza per aiutare le nuove generazioni a comprendere la bellezza del messaggio della purezza.



Scarica gratuitamente Indagine su sessualità e affettività in pdf:







lunedì 2 gennaio 2017

Ieri-Oggi-Domani: riflessioni sul tempo e sull’anno nuovo
di Francesco Del Giudice
 

Il giorno 1 Gennaio è riconosciuto (quasi) universalmente come l’inizio del nuovo anno civile: in particolare i Paesi di antica tradizione cristiana, o comunque legati ai costumi occidentali, fanno iniziare il computo dei giorni annuali in questa data.
Sebbene tutte le realtà portino su di sé i tratti e i segni del tempo che passa, il fatto di calcolare il tempo è una prerogativa dell’essere umano. Mi spiego meglio: se voi chiedete ad una pianta quanti anni ha, essa non potrà rispondervi: potrà al massimo mostrarvi i segni dei propri anni in quanto il suo fusto avrà tanti anelli quanti sono i suoi anni oppure (ma a patto di essere stata debitamente curata) darà frutti corrispondenti alla sua età. Le stelle, ad esempio, mostrano la propria età in base alla luce che emettono ma non potranno mai rispondere di avere l’età che hanno, sebbene vivano molto più a lungo di noi.

Mi si potrebbe obiettare che in verità, tutte le realtà create sanno di avere questa o quell’età ma non lo possano dire perché non parlano: anch’esse pertanto calcolano il tempo al modo degli uomini, facendo cadere la proposizione detta poco sopra. In verità, affermare una cosa del genere (obiezione molto interessante, non c’è che dire) equivale esattamente, invece, a dare ragione alla frase: non solo l’uomo è l’unica creatura che computa il tempo, ma lo fa talmente bene che applica il suo computo a quelli delle altre cose. E l’uomo è talmente sicuro di poter computare, ed esso solo, il tempo a tal punto da poterlo anche cambiare, almeno nella rappresentazione del suo scorrere.

Vediamo cosa voglio dire, entrando in uno dei problemi sommi della filosofia (sebbene trattati in maniera esaustiva da pochi filosofi) che ci riguarda in prima persona perché siamo giunti al Giorno di San Silvestro: che cos’è il tempo?
Quando noi affermiamo che una pianta ha dieci anni, applichiamo al computo istintivo delle cose vegetale una categoria razionale, vale a dire umana, per cui ad ogni anello corrispondono 365 giorni. Il fatto dunque di contare 10 anelli nel fusto e dire che la pianta ha 10 anni equivale semplicemente alla trasposizione del modo di pensare il tempo da parte degli umani in un essere che, invece, non ragiona in questo modo.

Il tempo infatti ha un valore oggettivo ma si scontra, per ovvie ragioni, con un dato altrettanto importante: la soggettività del singolo. In questo momento, ad esempio, ogni parola che state leggendo non è nel presente, bensì nel vostro passato in quanto ogni cosa che si fa diventa immediatamente già fatta, vale a dire passata. Contemporaneamente, però, le parole che leggerete a breve, cioè nel futuro, diventeranno il vostro prossimo presente, cioè il vostro immediato passato. Passato-presente-futuro infatti non sono che scansioni del tempo che noi vediamo scorrere (fatto oggettivo) attorno a noi e che da noi (elemento soggettivo) è percepito.

Diceva Sant’Agostino che è difficile dire cosa sia il tempo in quanto «lo so finché nessuno me lo chiede; non lo so più, se volessi spiegarlo a chi me lo chiede»[1]: il grande filosofo d’Ippona percepiva questo problema dinanzi al fatto che il mio presente non è che un soffio, ed il mio futuro diverrà ben presto il mio passato. Sembra, insomma, di trovarci in una condizione illusoria oppure irrazionale in quanto sembriamo affermare risolutamente dire una cosa che poi invece non vediamo confermata nei fatti. Ma non è così, dal momento che lo stesso Agostino capì che nella questione del tempo bisogna relazionarsi con entrambi i piani di cui parlavamo sopra, vale a dire l’oggettività e la soggettività: cos’è infatti l’oggettiva scansione temporale in passato-presente-futuro se non la distensione della propria anima che rileva le cose con la memoria (il passato), che presta attenzione alle cose (il presente) ma che rileva le cose venienti per mezzo dell’attesa (il futuro)?

La soluzione di Agostino, a ben guardare, è veramente geniale giacché il filosofo, attento alle cose reali, non dà per scontato il fatto che esista anche la dimensione dello spirito che egli concilia sapientemente senza fare errori o mescolanze: «per questo mi è parso che il tempo altro non sia che un distendersi. Non so di che cosa, ma sarebbe ben strano se non fosse un distendersi dello spirito. Che cosa misuro, infatti, te ne supplico, Dio mio, quando dico, o in maniera indeterminata: ‘Questo tempo è più lungo dell’altro’, oppure anche determinandolo: ‘E’ doppio di quello?’ So bene di misurare il tempo ma non misuro il presente perché non ha alcuna estensione, non misuro il passato, perché non c’è più. Allora cosa misuro? Non è forse il passare dei tempi, anziché il loro essere passati? Questo avevo detto»[2].
Capiamo bene pertanto che il tempo, benché una cosa oggettiva, debba essere percepito come soggettivo: questo avviene in una maniera a noi naturale per mezzo della scansione ieri-oggi-domani. Amplificando questo concetto è facile capire che si può arrivare al concetto di successione dei giorni, delle settimane (vale a dire di gruppi di 7 giorni cadauno) e dei mesi, e come tale può essere soggetto a variazioni.

Non tutti sanno infatti che il computo del tempo è frutto di un calcolo convenzionale e che il nostro attuale calendario (vale a dire il Calendario Gregoriano) è stato approvato relativamente di recente, cioè nel 1582, e che in alcuni Paesi è entrato ancor più recentemente[3]. La riforma gregoriana inoltre stabilì che l’anno iniziasse il 1 Gennaio abolendo definitivamente i tantissimi usi diversi che possiamo vedere in particolare nel Medioevo: in precedenza, infatti, non era strano trovare città vicine che usassero calendari differenti, in cui il primo giorno dell’anno variava a seconda del computo prescelto. Gregorio XIII in pratica propose ed estese a tutto il Mondo il computo che si usava a Roma e che nel corso del tempo aveva dato maggior stabilità: si noti bene che il calcolo dell’anno civile non segue quello liturgico, cosicché Gregorio XIII non operò nessuna confusione né mescolanza tra i due sistemi che ancora oggi, infatti, risultano sfalsati[4].

Convenzionale è ancora il computo degli anni che da secoli, ed ancor di più dopo la riforma gregoriana, è basato a partire dalla nascita di Cristo: i romani ad esempio computavano a partire dalla fondazione di Roma, i greci dalla prima olimpiade, etc . Anche in epoca moderna si è cercato di introdurre nuovi computi: si pensi al calendario rivoluzionario francese (realizzato in maniera da non avere nulla in comune con la riforma gregoriana a tal punto che qualsiasi festività cattolica era praticamente inconciliabile con il nuovo calendario) oppure al computo degli anni secondo l’era fascista.

Ma se il computo degli anni è così razionale e metodico, perché abbiamo paura del tempo che passa? Non possiamo infatti negare che, in particolare oggi, viviamo in un’epoca viziata da una paura irrazionale dello scorrere del tempo. Guardandoci attorno infatti non possiamo non vedere quanto sia onnipresente sia la gerascofobia (vale a dire una paura persistente, anormale e ingiustificata di invecchiare) sia la tanatofobia (cioè una morbosa paura della morte). Ma allo stesso tempo, segno indelebile che la nostra società vive un vero e proprio dissociamento da ciò che si pensa e ciò che si fa, non è pur vero che si ricerca disperatamente di vivere il presente proiettandosi sempre verso il futuro? La prova di quanto ho appena affermato è la spasmodica ricerca dei festeggiamenti di Capodanno: cosa bisogna festeggiare, in effetti? Che inesorabilmente il tempo è passato? Oppure che, altrettanto inesorabilmente, siamo invecchiati di un anno? E che, sempre inesorabilmente, ci avviamo sempre di più verso la morte?

Non vogliamo spaventare nessuno, e non vogliamo demonizzare il corretto modo di festeggiare che fino a qualche decennio fa significava ammazzare l’anno vecchio, ringraziando per quello passato sperando il miglior bene per il futuro. La questione infatti è tutta nella gerarchizzazione degli eventi e del giusto modo di intendere sia il far festa sia il proprio posto all’interno del tempo.

E’ un fatto innegabile che un discorso del genere sia difficile senza una prospettiva religiosa, cristiana in particolare, in quanto solo in questo modo ci si libera della contingenza delle cose per potersi proiettare verso un mondo futuro: se si vive in una concezione religiosa, infatti, non si avrà paura di invecchiare in quanto il tempo che passa è un avvicinarsi sempre di più al proprio Dio per poter essere unito a lui. Ma se non ho una concezione religiosa, e penso spasmodicamente che la mia vita si proietti solamente nel presente (che, però, abbiamo visto essere una condizione effimera a causa della sua infima brevità) che senso ha sperare nel futuro?

Si tratta infatti di un grande dilemma che attanaglia il cuore dell’uomo contemporaneo: dover vivere. Per essere vivo, si sa, si deve festeggiare, soprattutto per dare un senso alla propria vita, in quanto si pensa di vivere bene il proprio presente: quale migliore occasione pertanto il festeggiare sempre più festività e giornate dedicate (festa della donna, festa dei nonni, etc etc)? Ecco che, pertanto, l’uomo che cerca continuamente di festeggiare non fa altro che fuggire dal proprio tempo che è fatto sempre più di eventi passati rispetto a quelli futuri: ci abbiamo mai pensato? Non sapendo infatti in che giorno moriremo, noi abbiamo sempre più eventi alle spalle rispetto a quelli che ipotizziamo per il futuro.

Festeggiamo pertanto intelligentemente il nuovo anno, meditando su quello passato e facendo dei buoni propositi per il futuro: possiamo prendere esempio dalla liturgia cattolica che invita ogni fedele a ringraziare il Signore per i benefici ricevuti nel corso dell’anno concluso (la famosa Messa di Te Deum) chiedendo benedizioni per il futuro. Ma dobbiamo far questo con la certezza che inesorabilmente, citando una canzone italiana cantata da Fiorella Mannoia, il tempo non torna più. Ma dobbiamo fare questo senza scoraggiarci in quanto tutto ciò è connaturale alla nostra natura umana: come abbiamo detto sopra, infatti, solo l’uomo sa che il tempo passa e che si possa calcolare. La nostra vita infatti ha senso solo se si accetta pienamente la nostra natura umana, comprensiva pertanto anche della verità (amara, ma non di meno vera) che prima o poi arriverà anche sorella morte.

Facendo questo a nostro parere ci sarà una buona fine ed un buon principio. Altrimenti sarà solamente un inevitabile passo verso il nulla simile a quanto si dice avvenne sul Titanic che cadde tra i flutti mentre tutti ballavano e danzavano.
Buon anno a tutti, con i migliori auguri per poter essere sempre più persone pensanti.


[1] Agostino, Confessioni, XI, 14, 17.
[2] Ibidem, XI, 26, 33.
[3] Basti pensare al caso della Russia dove fino al 1918 vigeva il Calendario giuliano.
[4] Nella Chiesa Cattolica il Calendario Liturgico inizia con i Primi Vespri della I Domenica di Avvento che cade generalmente nel mese (civile) di Novembre.