sabato 3 dicembre 2016

1492: un anno eccezionale

Nell’articolo del 26 Novembre, intitolato Isabella la Cattolica, gloria e onore della Spagna e della Chiesa, abbiamo tratteggiato un breve ritratto della Regina di Castiglia proponendoci di approfondire maggiormente in altri due articoli la Reconquista di Granada, la Scoperta dell’America e legislazione di Isabella e dei suoi successori in favore degli indios. L’articolo di oggi, pertanto, tratterà il più brevemente possibile due eventi fondamentali per la vita sia di Isabella che del mondo intero avvenuti rispettivamente nel Gennaio e nell’Ottobre 1492: la conclusione della Reconquista e l’approdo di Colombo in America.

Il 2 Gennaio 1492, per la prima volta dopo secoli, una croce venne innalzata nella parte più alta della città di Granada. Con un po’ di impegno è facile vedere la scena: la croce troneggiava accanto agli stendardi dell’Ordine di Santiago e della Corona di Castiglia ed Aragona; si può udire sia il canto del Te Deum da parte di numerosi uomini di Chiesa sia l’ovazione “Castiglia!, Castiglia!” da parte di altrettanti uomini armati; Isabella e Ferdinando vedono dall’alto dell’Alhambra, il palazzo in cui risiede il Re di Granada, la grande città andalusa e tutto il territorio circostante. Il Regno di Granada è scomparso, la Reconquista è conclusa: non resta che comunicare la vittoria alle città di Spagna, al Papa ed a tutta la Cristianità.

La scena che vi abbiamo appena descritto si è svolta veramente, e non è frutto della nostra fervida immaginazione[1] ed ebbe un impatto enorme sia sulle vicende della Spagna che di tutta Europa: la croce era tornata a dominare Granada, capitale dell’ultimo Regno musulmano in Europa occidentale, grazie all’impegno profuso da Isabella e Ferdinando in una campagna di guerra che era iniziata ufficialmente nel 1482.

Che cosa ha significato la Conquista di Granada per Isabella e Ferdinando? Letteralmente tutto, giacché si sentivano «obbligati nel fare guerra ai mori nemici della Santa Fede Cattolica, sulla scia di quanto fatto dagli altri Sovrani cattolici nostri predecessori»[2]. E per un europeo di allora, cosa ha comportato la conquista di Granada? Potrà sembrarci strano ma la risposta è di una semplicità infinita: una felicità immensa[3].

A noi europei del XXI secolo questa cosa ci può far inorridire, abituati come siamo sia al clima di convivenza (se non di puro relativismo) sia all’assenza di guerre in casa nostra da più di 70 anni, ma per un uomo del XV secolo non era così poiché si situa in un periodo di grosso travaglio per la Cristianità[4]: riportare qualsiasi vittoria sul mondo islamico, anche la più piccola, significa poter vivere ancora per un po’ all’interno della Cristianità, lontano da persecuzioni e dalla legge coranica. Ma la conquista Granada fu ancora più sconvolgente delle altre vittorie perché per la prima volta dopo secoli si era trattata di una conquista portata della Cristianità sull’Islam e non di una semplice vittoria a seguito di un attacco: Isabella e Ferdinando avevano dimostrato empiricamente che, benché a fronte di uno sforzo immane[5], era possibile battere le forze dell’islam, portando la guerra nel campo avversario senza attendere di essere attaccati. Si trattò fin dall’inizio di una vera e propria crociata, riconosciuta con tanto di bolla da parte della Santa Sede[6]. Ripresa Granada, il cui Regno da sempre sembrava impossibile da conquistare, perché non provare a ri-conquistare anche Gerusalemme e liberare il Santo Sepolcro dalle mani degli infedeli?

Ed è in questa cornice politico-culturale, in cui i Re Cattolici si sentono e vengono percepiti come difensori e propagatori del cristianesimo, che si situa anche il I viaggio di Cristoforo Colombo alla volta delle Indie, avvenuto in quello stesso 1492. Tra le persone che inneggiano Isabella e Ferdinando nell’Alhambra il 2 Gennaio, è presente anche marinaio, italiano di nascita ma ormai lontano dall’Italia da tantissimi anni: si tratta di Cristoforo Colombo, il futuro Ammiraglio del Mar Oceano, in contatto con i Re Cattolici fin dal 1486 quando propose il suo grande progetto di buscar el Oriente por el Occidente[7]. Colombo conosceva personalmente Isabella (ed ovviamente anche Ferdinando) dalla quale era stato protetto numerose volte che non voleva abbandonare le sue proposte: si pensi che sia nel 1487 Isabella non prese in considerazione il parere negativo di una Giunta di esperti[8], sospendendone il giudizio ed accogliendo Colombo a Corte, sostenendolo economicamente. La stessa cosa avvenne nel Gennaio 1492 quando, cioè, Isabella incaricò il proprio Segretario di redigere dei contratti commerciali: stiamo parlando delle Capitulaciones de Santa Fe[9], siglate il 17 Aprile d1492, che si compongo di diversi documenti, tra cui dei salvacondotti per l’Ammiraglio, una lettera al Gran Khan ed altre tre, senza destinatario, rivolte ai signori delle eventuali terre incontrate durante il viaggio[10].

Questi documenti sono di fondamentale importanza per poter capire cosa è stata la (futura) Scoperta dell’America e perché si ricollega idealmente alla Reconquista di Granada, vale a dire un amplissimo progetto missionario per poter espandere la fede cattolica in tutto il Mondo, verità negata aspramente dalla Leggenda Nera e dai detrattori di Isabella. Basandoci sui documenti dell’epoca, benché poco conosciuti, invece, possiamo affermare senza alcun problema che la Scoperta dell’America non fu una semplice spedizione commerciale o di conquista. Se è vero, infatti, che le Capitulaciones sono dei semplici contratti economico-giuridici, è altrettanto vero che gli altri documenti invece presentano le motivazioni del viaggio di Colombo: in uno infatti è specificato che «mandiamo alla vostra presenza il nobile don Cristoforo Colombo con tre caravelle armate attraverso i Mari Oceani verso le Indie per il servizio di Dio e l’aumento della vera fede come anche di altre cause ed affari concernenti benefici e guadagni nostri»[11].

Ebbene: in quel «nec non» del documento, cioè in quel «come anche» è contenuta la risposta a quanti affermano che la scoperta dell’America sia stata voluta e decisa solamente per motivazioni economiche e che il carattere missionario sia stato un orpello e un cappello della Spagna per poter giustificare le proprie malefatte lì compiute. Ma attenzione: il documento in questione dice «nec non» per cui non è legittimo dire che la Scoperta avvenne solo ed esclusivamente per motivazioni religiose e missionarie[12]: è più corretto infatti parlare di intenzione principale, seguendo in questo lo stesso ragionamento di Isabella, la quale affermò nel suo testamento che «quando ci furono concesse dalla Santa Sede Apostolica le Isole e la Terra Ferma del Mare Oceano, scoperte e da scoprire la nostra principale intenzione fu, quando lo supplicammo a Papa Alessandro VI di buona memoria – che ci ha concesso ciò – di provare e convertire le popolazioni di quella terra alla nostra santa fede cattolica, e di inviare a quelle Isole e Terra Ferma sacerdoti, religiosi, chierici e altre persone dotte e timorate di Dio per istruire gli abitanti di quelle terre nella fede cattolica e di insegnare loro buoni costumi, dargli la giusta diligenza secondo i dettami contenuti della su nominata concessione»[13].

Anche altri documenti, tra cui la celeberrima bolla Inter Caetera di Alessandro VI, mosrano come le due imprese del 1492 sono legate tra di loro. Tutto il popolo spagnolo visse la scoperta dell’America in senso apostolico e missionario perché avvenne nello stesso anno della reconquista di Granada, cioè al termine della guerra della Cristianità contro l’Islam, una guerra che era nello stesso tempo propagazione e difesa della fede. La forza profusa dall’intera popolazione spagnola (ma prima ancora dai Monarchi) nella riconquista del Regno di Granada non si esaurì il 2 gennaio 1492 ma continuò a vivere come un fiume carsico, dando i suoi frutti nel continente americano. Solamente l’entusiasmo e la gioia per la riconquista di Granada possono spiegare l’approvazione data da Isabella e Ferdinando al progetto di Colombo che mirava a giungere a Gerusalemme[14].
Missione, crociata, evangelizzazione: queste furono le principali motivazioni che spinsero Isabella e Ferdinando a compiere due imprese visionarie per l’epoca, vale a dire riconquistare Granada e poi cercare di giungere in Oriente (cioè a Gerusalemme) navigando verso Occidente.

Francesco Del Giudice



[1] Cfr. Andrés Bernáldez, Historia de los Reyes Católicos D. Fernando y Doña Isabel, Tomo I, Imprenta de D. José María Geofrin, Sevilla 1870, pp.302-303.

[2] «Obligados de fazer la guerra a los moros enemigos de la sancta fee catholica, como han fecho e fizieron los otros catholicos reyes predecesores»: AGS,PTR,LEG,12,DOC.28

[3] La notizia si sparse per tutta la Cristianità e venne festeggiata con messe, processioni e persino con uno rappresentazione dell’impresa cui seguì una corrida tenutasi a Roma in onore dei Re Cattolici (cfr.: L. Pastor, Storia dei Papi dalla fine de Medio Evo, ed. italiana a cura di A. Mercati, vol. III, Storia dei Papi nel periodo del Rinascimento dall’elezione di Innocenzo VIII alla morte di Giulio II, Roma, 1912, p. 228-229). Tradizione vuole che nello stesso giorno in cui la notizia arrivò a Roma, nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme gli operai trovarono la cassetta contenente il Titulus Crucis, di cui si era persa la notizia.

[4] Nel 1453 i turchi islamici avevano conquistato Costantinopoli ponendo fine all’Impero Romano d’Oriente; nel 1461 è la volta del regno di Trebisonda (ultimo regno cristiano d’Oriente); nel 1480 i turchi si rendono responsabili della conquista (temporanea) della città di Otranto e del massacro di 12.000 abitanti con il chiaro intento di puntare su Roma.

[5] La Guerra di Granada costituì sia un vero e proprio esborso per le casse della Corona di Castiglia, come anche un’impresa che non accennava mai di concludersi. Nelle vicende della Guerra di Granada è interessante notare un atteggiamento diverso tra Ferdinando e Isabella: da abile soldato e condottiero qual era, Ferdinando si mostrò spesso convinto ad abbandonare la Guerra, mentre Isabella lo spinse in ogni modo a portare a termine la causa iniziata. Questo duplice atteggiamento si vide già nel 1482: quando Ferdinando rinunciò, dopo appena 5 giorni di tentativi, di assediare la fondamentale rocca di Loja, Isabella si adoperò con tutte le sue forze per permettere al Re di poter tornare a dare battaglia l’anno successivo. Le cronache dell’epoca ci mostrano Isabella sempre fermamente convinta della necessità di riconquistare Granada, riuscendo sempre a convincere Ferdinando il quale, invece, sembrava mal tollerava l’enorme sforzo che la Spagna stava impiegando in questa impresa. Isabella quindi, non potendo andare personalmente in prima linea (ma potendosi recare nelle retrovie), si spese nella coordinazione della campagna militare, come anche nella ricerca degli enormi fondi necessari a continuare la guerra, migliorando anche la vita dei propri soldati. Ma Isabella è alla base in particolare della fondamentale conquista nel 1489 della fortezza di Baza, città assediata da Ferdinando ma senza alcuna speranza di vittoria: con grande meraviglia dei presenti e del cronista Pulgar che assistette al fatto, la città capitolò solamente dopo l’arrivo della Regina all’accampamento il 5 novembre che portò ordine e nuovo vigore tra le truppe: la città si arrese pochi giorni dopo e venne presa ufficialmente il 4 dicembre (seguendo l’esempio di Baza tutte le altre città delle Alpujarras, cominciando da Guadix e Almería, si arresero alle armate cristiane).

[6] Sacri apostolatus ministerio, AGS,PTR,LEG,27,DOC.21,1 cui fece seguito, il 10 agosto 1482, la bolla Ortodoxae fideli (AGS,PTR,LEG,19,DOC.9)

[7] Trovare l’Oriente passando per l’Occidente.

[8] Si tratta della famosa Junta de Salamanca. Spesso si dice (e si legge) che la Junta diede esito negativo a Colombo perché quest’ultimo riteneva la Terra tonda mentre i letterati di Salamanca la ritenevano ancora piatta: si tratta ovviamente di una bufala frutto della Leggenda Nera in quanto da secoli si sapeva che la Terra avesse una forma sferica. A riprova di questa nostra affermazione, basta fare una ricerca tra le monete e le rappresentazioni degli Imperatori che tengono sempre nelle mani un globo, rappresentante la Terra: ma se si riteneva la Terra piatta, che senso aveva rappresentare l’Imperatore con in mano una sfera?

[9] Capitulaciones de Santa Fe, 17 aprile 1492. Studio diplomatico e archivistico (con tutte le segnature dei singoli documenti): A. Rumeu de Armas, Nueva luz sobre las Capitulaciones de Santa Fe de 1492 concertadas entre los Reyes Católicos y Cristobal Colón. Estudio institucional y diplomático, CSIC, Madrid 1985.

[10] Carta comendaticia a favor de Cristóbal Colón, Granada 17 aprile 1492, ACA, CANCILLERÍA, REGISTROS, NÚM.3569,f. 136r. La lettera venne copiata in triplice copia senza l’indicazione del destinatario.

[11] «Mittimus in presenciarum nobilem virum christoforum colon cum tribus carauelis armatis per maria oceana ad partes Indie pro aliquibus causis et negociis seruicium dei ac fidei ortodoxe augmentum nec non benefficium et utilitatem nostram concernentibus»: Ibidem.

[12] Affermare una cosa del genere significherebbe creare e contrapporre una Leggenda Rosa affianco ad una Leggenda Nera, cosa che non vogliamo minimamente fare. In scienza e coscienza, invece, dobbiamo leggere i documenti per quello che sono.

[13] «Por quanto al tiempo que nos fueron conçedidas por la sancta se apostolica las yslas et tierra firme del mar oçeano descubiertas et por descubrir nuestra prinçipal yntençion fue al tienpo que lo suplicamos al papa alexandro sexto de buena memoria que nos hiso la dicha conçession de procurar de ynduzir et traer los pueblos dellas et les conuertir a nuestra sancta fe catholica et enbiar a las dichas islas et tierra firme prelados et religiosos et clerigos et otras personas doctas et temerosas de dios para ynstruir los vesinos et moradores dellas en la fe catholica et les ensennar et doctrinar buenas costunbres et poner en ello la diligençia deuida segund mas largamente en las letras de la dicha conçession se contiene»: Isabella la Cattolica, Codicilo, BN (Madrid), MSS.MICRO/453, f. 2r (clausola 11, righe 20-28).
[14] Per una panoramica generale sull’argomento, cfr.: Cfr. Melquiades Andrés Martín, Desde el ideal de la conquista de Jerusalén al de la cristianización de América, in Mar Oceana Revista del Humanismo Español e Iberoamericano, Nº. 9, 2001, Asociación “Francisco López de Gómara” Centro Universitario “Francisco de Vitoria”, pp. 125-138.



lunedì 28 novembre 2016

La filosofia e la demitizzazione dell’età antica

Che cosa ha significato la nascita della filosofia? E quali conseguenze ha prodotto questa immensa scoperta?

E’ risaputo che la filosofia sia nata nel VII secolo a.C. nelle colonie greche dell’Asia Minore, ed è altrettanto noto il fatto che le condizioni politico-culturali delle poleis greche abbiano favorito lo sviluppo delle arti, in particolare la poesia, cui inizialmente è legato il pensiero filosofico. Ogni manuale di Storia della Filosofia ha come primo capitolo una riflessione su questo fatto, incontrovertibile, che ci immette immediatamente nella cosiddetta filosofia naturalistica, vale a dire della ricerca dell’Arché e delle cause del mondo fisico che i primi filosofi individuano in un principio supremo fisico[1] come l’acqua, il fuoco, l’aria, etc.

Questa breve introduzione è presente in ogni manuale di storia della filosofia. Ma nel passaggio tra la spiegazione della nascita della filosofia ed i primi filosofi, mi sembra che si perda di vista una caratteristica fondamentale: almeno in teoria, la filosofia non poteva nascere né nella Grecia del VII secolo né, tantomeno, in tutto il mondo classico. Non è una contraddizione dire una cosa di questo genere (e tra poco spiegherò meglio cosa voglio dire) perché anche questo è un dato incontrovertibile: la filosofia nasce in un ambiente quasi del tutto ostile allo sviluppo di questa disciplina perché impregnato (se non addirittura fondato) sulla religione greca, caratterizzata dal politeismo e dalla onnipresenza del Fato. Il paganesimo in generale (compreso quello che ancora oggi si trova oggi in diverse popolazioni nel Mondo, tra cui possiamo citare diverse tribù della Papua e della Tanzania) vede il mondo, cioè tutto ciò che noi comunemente chiamiamo creato, come pervaso e/o animato da forze divine che rendono pertanto inconoscibile ed intoccabile ogni cosa: in questa visione del mondo, pertanto, gli eventi fisici sono espressione dell’umore degli dei (che può essere più o meno adirato con gli uomini) ma sono anche delle teofanie vale a dire la manifestazione della natura profonda del dio. E’ difficile per noi uomini del XX sec, eredi di cultura impregnata volente o nolente sia di cristianesimo che di filosofia, capire una cosa del genere. Sappiamo bene infatti che i fenomeni fisici soggiacciono a rigide leggi che sono sempre uguali nel tempo e nello spazio e che rendono alcuni eventi inevitabili, se non per espresso intervento di un agente esterno. Facciamo un caso semplice: se spingo con violenza un mio amico, questi adrà pesantemente a terra (evento inevitabile) a meno che non intervenga un altro amico che lo tratterrà dal cadere, rendendo così l’evento evitato. Facendo un esempio diverso, se rimango con i panni bagnati tutto il giorno, la mattina seguente sarà inevitabile che mi verrà un raffreddore: per provare ad evitarlo, infatti, io dovrò asciugarmi per bene e prendere una bella aspirina[2]

Per noi è comune ragionare in questo modo, ma nel VII secolo a.C. non era esattamente così: anche il sistema teologico pagano infatti prevedeva che gli uomini soggiacessero alle leggi degli dei, i quali potevano anche manifestare più o meno apertamente i propri umori[3], sia al Fato al quale, addirittura!, erano sottoposti gli stessi dei[4]: gli uomini pertanto non erano propriamente liberi né nelle loro scelte né nel rapporto con il mondo circostante cosicché era abituale (e continua ad essere normale per le culture pagane che ancora esistono oggigiorno) non opporsi al caos che si vede regnare nella natura. Le forze della natura potevano semplicemente o essere assecondate oppure si cercava di placare i variabili umori degli dei (che, ripetiamo, governano le forze della natura) per poter cercare di sopravvivere: si tratta di una vera e propria stasi nella vita dell’uomo in quanto le forze divine soverchiano i deboli tentativi degli uomini. Non c’è, in pratica, un vero e proprio progresso (che prevede la soluzione, temporanea o duratura, di un problema che si pone dinanzi all’uomo) ma di un continuo ritorno: anche la concezione della storia è influenzata da questi eventi, in quanto si avrà una concezione ciclica della storia che annulla il valore infinito di ogni comportamento umano riducendolo solamente ad un atto all’interno del tutto[5].

Ebbene, fatta questa dovuta premessa, con la nascita della filosofia noi assistiamo invece ad un capovolgimento: l’uomo può indagare la natura delle cose, può entrare in esse, può decifrarle, può addirittura sottomerle al suo giudizio (giudizio di un uomo fallace, beninteso). Ma se l’uomo riesce a far questo, vuole dire che non considera più le cose come divine o, quantomeno, pervase dal divino: come potrebbe, ad esempio, un semplice essere umano contrastare con Poseidone per speculare sulla natura dell’acqua? Ma al di là del dato meramente fisico, quest’uomo sarà costretto a porsi anche una domanda circa la realtà profonda, vale a dire la realtà metafisica[6], dell’acqua. Ma per fare questo, quest’uomo sarà costretto a vederle come universali, cioè uguali nel tempo e nello spazio, e sarà costretto ad astrarre la natura della cosa, ma anche a postulare dei principi che saranno validi nel tempo e nello spazio per poter compiere la propria speculazione: tra questi ultimi, sono da ricordare il principio di non contraddizione[7] senza il quale non sarebbe mai stata possibile alcuna ricerca filosofica ma anche nessuna scienza, cui seguono il principio di identità[8] ed il principio del terzo escluso[9].

Tra i tre principi, quello di non contraddizione è quello di fondamentale importanza perché l’uomo si percepisce come un qualcosa di diverso da ciò che lo circonda e, pertanto, come soggetto operante sulle cose, le quali a loro volta sono diverse tra di loro, e se procedessimo nell’applicazione del principio a tutte le realtà capiremo sia che noi uomini siamo diversi dagli dei ma che anche gli dei sono diversi sia da noi che dalle cose: il filosofo compie in questo modo una vera e propria demitizzazione del reale, permettendo all’uomo di poter scoprire i meccanismi che regolano il mondo fisico ma anche di indagare la realtà profonda delle cose, che in filosofia prende il nome di ontologia[10].

Solamente partendo dal principio di non contraddizione l’uomo ha potuto sviluppare i sistemi filosofici che conosciamo[11], ma anche svolgere le più semplici analisi fisiche[12]: la comprensione e l’accettazione di questo basilare principio ha permesso all’umanità tutta, grazie all’opera dei primi filosofi (molti dei quali rimasti anonimi ma ai quali va tutta la nostra gratitudine) di uscire dall’universo mitico in cui è sommersa se impregnata di paganesimo.

Nei prossimi articoli continueremo a sviscerare la portata rivoluzionaria della nascita della filosofia e che fin da subito ha riguardato anche quelle che noi chiamiamo scienze matematiche, a cominciare dalla geometria che possiamo definire come la rappresentazione ideale della natura delle cose. Appuntamento pertanto alla prossima settimana!

Francesco Del Giudice



[1] E’ doveroso mettere il termine in corsivo perché per i primi filosofi questi fondamenti avevano comunque una natura non fisica, benché non conoscessero la terminologia metafisica per descriverla in maniera chiara e precisa.

[2] In teologia l’esempio principale è dato dai miracoli fisici, vale a dire dall’irruzione di un agente esterno (Dio) per modificare radicalmente una situazione inevitabile. La Chiesa Cattolica ad esempio riconosce come miracoli solamente quelle guarigioni improvvise, impossibili da spiegare e durature nel tempo: i verdetti medici in questi casi riportano genericamente la dicitura di scientificamente ad oggi impossibile da spiegare.

[3] A riprova di questo fatto, si veda il comportamento degli dei, ad esempio, nell’Iliade e nell’Odissea.

[4] «Coro: Chi governa la necessità? / Prometeo: Le Moire che tessono il filo e le Erinni dalla memoria implacabile. / Coro: E Zeus è più debole di loro? / Prometeo: Anche Zeus non può sfuggire a ciò che è destinato»: Eschilo, Prometeo incatenato, vv. 515-518.

[5] Si veda il primo articolo, del 19 Novembre 2016, della Rubrica di Storia Lux Veritatis di questo stesso blog.

[6] Il termine deriva dal latino medievale metaphysica, che a sua volta deriva dal greco μετ τ ϕυσικ. Aristotele definiva questa dottrina con il termine «filosofia prima» (πρτη ϕιλοσοϕία), da lui definita come teoria dell’«ente in quanto ente» (ν ν; in latino: ens qua ens), che studia la realtà considerata solo nei suoi caratteri universalissimi che la fanno essere tale. Il termine non è quindi aristotelico ma deriva dalla catalogazione dei libri del filosofo di Stagira in cui il libro sulla filosofia prima veniva dopo (μετ in greco) quello della fisica.

[7] In sintesi: A non è Non-A. In linguaggio matematico: A ≠ ­A. La definizione di Aristotele è la seguente: «è impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al medesimo oggetto e sotto il medesimo riguardo»: Aristotele, Metafisica, Libro Gamma, cap. 3, 1005 b 19-20.

[8] In sintesi: A è uguale ad A. In linguaggio matematico: A = A.

[9] La locuzione latina di Tertium non datur (non c’è una terza cosa) è emblematica per spiegare questo principio in cui due proposizioni, tra loro contraddittorie, cioè aventi una un giudizio affermativo e l’altra un giudizio negativo, non possono essere entrambe né contemporaneamente vere né contemporaneamente false: è necessario infatti che il giudizio di una sola di esse sia vera, e che la falsità dell’uno implichi la verità dell’altro, senza avere una terza possibilità.

[10] Il termine deriva dal greco ντος, (genitivo singolare del participio presente ν del verbo εμί, tr.: essere) e da λόγος («parola, discorso, ragione»).

[11] Ciò non nega il fatto che si siano potuti creare interi sistemi in cui il principio di non contraddizione era di fatto negato: si pensi, tra i tanti esempi che si possono fare, alla polemica tra Agostino e gli gnostici del V secolo.

[12] Lo stesso linguaggio di programmazione dei computer prevede una serie di 0 e di 1 che non si possono né mescolare né confondere.


sabato 26 novembre 2016

Isabella la Cattolica, gloria e onore della Spagna e della Chiesa
             
Oggi, 26 Novembre, ricorre l’anniversario della morte di Isabella di Castiglia (22.04.1451 – 26.11.1504), meglio conosciuta come di Isabella la Cattolica. Ricorrendo questo anniversario, vorremmo dedicare tre articoli della nostra rubrica Lux Veritatis a questo straordinario personaggio storico dividendoli in questo modo: 1) presentazione generale della Regina, 2) Riconquista di Granada e Scoperta dell’America; 3) legislazione di Isabella e dei suoi successori in favore degli indios.


La figura di Isabella la Cattolica probabilmente è sconosciuta alla maggior parte delle persone ed è famosa solamente per la revoca del permesso di residenza agli ebrei spagnoli (chiamato erroneamente come “decreto di espulsione degli ebrei”) e per l’Inquisizione spagnola. Qualcuno, potrà aggiungere che si tratta della moglie di Ferdinando d’Aragona e che spedì Colombo in un’esplorazione oceanica che poi portò alla scoperta dell’America.

Ma le gesta e gli avvenimenti relativi ad Isabella la Cattolica sono infinitamente di più e si potrebbero organizzare dei corsi universitari annuali su di lei senza che gli argomenti siano completamente sviscerati: si pensi che la televisione spagnola (TVE) ha realizzato tra il 2012 ed il 2014 una serie televisiva sulla Regina (chiamata Isabel) divisa in 3 stagioni formate da 13 puntate da circa 80 minuti ciascuna[1], in cui non è stato possibile narrare tutte le sue gesta, tralasciandone anche qualcuna di fondamentale importanza. Molte persone inoltre, compresi numerosi cattolici, sono all’oscuro del fatto che è tutt’ora in corso il suo processo di canonizzazione, che la Regina gode pienamente del titolo di Serva di Dio e che può essere pregata per impetrare ed ottenere grazie e favori da Dio.

Poiché non è un mistero che nei libri di storia siano citati personaggi meno importanti di Isabella[2] ed avvenimenti di minor rilevanza rispetto alla Conquista di Granada, è doveroso porci questa domanda: perché non si conosce questa figura di donna, di sovrana, di fedele cattolica, come si converrebbe? E perché le sue gesta, benché abbiano avuto conseguenze enormi e durature su tutto il mondo, e che in alcuni casi perdurano ancora oggi, non sono conosciute?

Va precisato fin da subito che la Storia della Spagna non è un argomento molto di moda in Italia né a livello scolastico[3] né a livello universitario[4] e la situazione è ancora più paradossale se pensiamo invece che solamente la politica matrimoniale attuata da Isabella e Ferdinando ha ridisegnato tutti gli equilibri politici europei (e dunque mondiali) per almeno 2 secoli. Il paradosso infatti è questo: è assurdo cercare di capire la Storia Moderna senza voler studiare Isabella e Ferdinando ma, d’altro canto, è ciò che avviene quotidianamente in (quasi) tutti gli ambienti di studio.

Quanto appena descritto, è frutto dell’opera della leyenda negra[5] che grava sulla Spagna (e, più in generale, sulla Chiesa Cattolica) che ha fortemente sminuito, se non oscurato, la figura di Isabella che fu la Sovrana che con suo marito Ferdinando riformò l’intera Spagna[6] in ogni sua componente, politica come religiosa. E’ indubbio inoltre, che l’operato della Regina forgiò una nuova Spagna, radicata nella fede cattolica, facendola diventare il Regno più importante del Mondo ed il braccio destro della Chiesa fino a tutto il XVII secolo.

Isabella operò una riforma in capite et membris di tutto il suo Regno, preoccupandosi di ogni aspetto della vita dei suoi sudditi. Tra le tantissime cose che possiamo segnalare, basti ricordare che per quanto riguarda la riforma della Chiesa spagnola cercando sempre di favorire l’elezione di vescovi di indubbia fama e permanessero quanto più possibile nella propria diocesi (per capire questo punto bisogna ricordarsi che l’obbligo di residenza dei vescovi nelle proprie diocesi verrà stabilito successivamente dal Concilio di Trento) ma anche cercando di favorire ordini religiosi riformati o di stretta osservanza (in particolare Geronimini e Francescani); venne ridisegnato il ruolo dell’aristocrazia, diminuendone i privilegi e i poteri in favore di un rafforzamento della Monarchia che invece si era mostrata troppo debole nei decenni precedenti; si cercò in tutti i modi di conquistare l’Africa Atlantica e Mediterranea con l’unico scopo di poter giungere a Gerusalemme e riconquistare il Santo Sepolcro; istituì nuove Università dove potevano insegnare anche donne; si adoperò alla creazione di una classe dirigente formata da tutti gli strati sociali della popolazione, favorendo così la cosiddetta mobilità sociale spesso a carico della Corona.

Ma chi era Isabella? Per rispondere a questa domanda conviene rivolgersi ai suoi contemporanei, i quali rimanevano affascinati dalla sua persona (tanto da essere chiamato una donna virile) e dal suo agire sempre derivante dalla fede: gli scrittori dell’epoca concordano sul fatto che «sembrava condurre una vita più contemplativa che attiva»[7] e che «assolveva a tutti i compiti propri dei sacerdoti»[8]: per quanto possa sembrare assurdo (abituati come siamo alla supremazia della Ragion di Stato, alle convergenze parallele, alla continua ricerca dell’equilibrio politico e sociale) l’operato di Isabella si capisce solo se si valuta partendo da un punto di vista di fede, personale ma anche vissuta in pubblico, che ella stessa cercò di coltivare fin da giovanissima andando sempre alla ricerca di padri spirituali di fede sincera e di indubbia fama. A riprova del fatto che ogni suo atto risente ed è espressione della sua fede, si pensi, solamente per fare tre esempi tra gli innumerevoli che potremmo citare, che mise i suoi Regni sotto la protezione di San Giovanni Evangelista (inserendo il simbolo dell’aquila anche nel proprio stemma); si occupò dell’eliminazione di gravi abusi liturgici contro l’Eucarestia[9]; e chiese personalmente a Papa Giulio II di imporre il silenzio a quanti negavano l’Immacolata Concezione di Maria[10] (verità che all’epoca non era stata ancora proclamata dogma di fede, e quindi soggetta a legittimo dibattito).

Isabella e Ferdinando, uniti in matrimonio nel 1469, divennero ben presto i Sovrani più importanti di tutta Europa e pur essendo Monarchi di una nazione “periferica” seppero invece imporsi all’attenzione di tutte le altre teste coronate del Mondo, uscendo anche fuori dai confini della Cristianità. Compiuta, con la Reconquista di Granada, l’unificazione territoriale della Spagna nel 1492 Isabella e Ferdinando divennero i protettori dei cristiani del Medio Oriente, ottenendo dal Sultano un Patronato sulle Basiliche e le chiese della Terra Santa, che Isabella personalmente sosteneva con ingenti elemosine annuali (questo suo prodigarsi in favore della Custodia di Terra Santa le meritò, in vita, il paragone con Sant’Elena) ma anche con azioni diplomatiche volte ad intimorire il Sultano, come quella di Pedro Martír de Anglería del 1501, oppure con la garanzia di protezione accordata all’Impero di Georgia nel 1495.

Ma Isabella fu anche la Regina che seppe preoccuparsi dei propri sudditi in qualsiasi momento della loro vita, in particolare quelli più tristi e dolorosi: tramite infatti un vero e proprio incarico pubblico (l’Elemosiniere Regio) Isabella riusciva ad aiutare il popolo, che si rivolgeva a lei oppure ai suoi collaboratori sparsi per tutto il Regno. Questo è un capitolo poco conosciuto della vita della Regina ma che ci mostra come Isabella abbia saputo applicare alla lettera, in particolare durante le solennità e le feste del calendario liturgico, le Opere di Misericordia Corporali che la Chiesa ci insegna, dal dar da mangiare agli affamati al seppellire i morti. L’attenzione per i sofferenti e i moribondi la portarono, durante la Guerra di Granada, sia a creare un ospedale da campo (che logicamente era chiamato l’Ospedale della Regina, la cui gestione era affidata anche alle collaboratrici più intime e strette della Regina) sia a visitare il fronte ed i feriti: come racconta il contemporaneo Bernáldez, «questo faceva degli uomini, dei leoni, e dei vassalli, degli schiavi, [cosicché] non vi erano disertori»[11].

Il suo essere una donna forte si vede anche nel suo matrimonio, avvenuto quando aveva 18 anni. Suo fratello, Re Enrico IV di Castiglia, voleva darla in sposa a diversi pretendenti (con il chiaro obiettivo di farla uscire dal Regno in quanto Regina Consorte di un altro Sovrano), tra cui il potente Re del Portogallo, ma Isabella si oppose fermamente a questa scelta, andando lei stessa alla ricerca di quello che sarebbe diventato il suo marito. Alla fine scelse Ferdinando, erede della Corona di Sicilia e di Aragona, ma non solo per calcolo politico: i due infatti si amavano molto e questa cosa è chiaramente visibile in alcune lettere, conservate oggi nell’Archivio Generale di Simancas, oppure dal comportamento di Ferdinando quando seppe che sua moglie era morta. Sono documenti che ci riportano un’intimità che è difficile da immaginare in sovrani di quest’epoca ma che sono emblematici per capire come anche un Sovrano o una Sovrano sono prima di tutto uomini e donne come noi, con i loro difetti ed i loro pregi. Nel primo caso, in una lettera del 14 Luglio 1475 (Isabella aveva 24 anni e Ferdinando 23) Ferdinando si lamenta con sua moglie di dover vivere separati a causa dei tanti problemi di cui soffrivano i loro Regni e le fa questa dichiarazione d’amore «solo Dio sa ciò che mi rattrista nel non vedere vostra Signoria la mattina, e vi giuro per la vostra vita e per la mia che amo come non mai»[12]. Per quanto riguarda il secondo caso, invece, quando Isabella morì, il 26 Novembre 1504, Ferdinando scrisse una lettera al Condestable de Castilla per comunicargli la dipartita della Regina, affermando «la sua morte è per me il maggior peso che mi poteva capitare in vita»[13].

La personalità e la spiritualità di Isabella sono due aspetti della sua vita poco studiati e ancor meno conosciuti ma che ci mostrano come sia possibile vivere la propria fede pur avendo responsabilità di governo, anteponendo la gloria di Dio alla gloria del mondo. Lanciandosi in imprese che venivano viste come folli (la riforma dello stato) o dispendiose (la Reconquista di Granada), più attenta al culto di Dio che al potere temporale, la Regina seppe agire in ogni occasione applicando le virtù cardinali della Giustizia, della Fortezza e della Temperanza che dovrebbero essere la bussola di ogni governante.

Francesco Del Giudice


[1] Tutte le puntate sono disponibili all’indirizzo http://www.rtve.es/television/isabel-la-catolica/capitulos-completos/
[2] Si pensi soltanto alle pagine dedicate a tutti i Presidenti del Consiglio italiani, compresi quelli che hanno governato per pochi mesi.
[3] Nei manuali di storia, la Spagna “appare e scompare” in continuazione, a differenza di altri Stati che vengono invece seguiti in ogni momento. Provare per credere. Generalmente si trovano due righe o poco più solamente su questi cinque argomenti: conquista musulmana del 711; reconquista di Siviglia nel 1248; matrimonio tra Isabella e Ferdinando nel 1469; conquista di Granada, “espulsione” degli ebrei, I viaggio di Colombo (tutti e tre gli eventi sono del 1492). Il Regno di Carlo V è più o meno presente in un capitolo dedicato al XVI secolo; la scoperta e la conquista dell’America vengono studiate in uno, massimo due, capitoli ma sempre come evento a sé stante ed il Regno di Filippo II è l’ultimo argomento citato dai manuali: terminato el siglo de oro, dobbiamo aspettare la Guerra Civile per poter studiare nuovamente qualche avvenimento spagnolo. E’ emblematico anche il fatto che l’indipendenza dei paesi ibero-americani sia relegata ad una semplice annotazione, mentre la Rivoluzione Americana ha un proprio capitolo ed è vista come qualcosa di diverso dalla storia inglese.
[4] Provate ad andare nella Biblioteca Nazionale di Roma, in Sala Umanistica, e cercate i volumi a scaffale relativi alla Storia della Spagna: la polvere depositata sopra questi testi è visibilmente maggiore rispetto ai volumi posti affianco relativi ad esempio alla Francia o all’Impero.
[5] Per Leggenda Nera si intende, soprattutto nella cultura spagnola e ispanofona, un insieme di nozioni, dicerie e racconti volti a sminuire l’immagine ed il ruolo della Spagna, in particolare nel periodo del Siglo de Oro. Si tratta di una vera e  propria opinione costruita e diffusa a partire dal nel XVI sec. che perdura ancora oggi. Elementi ricorrenti della Leggenda Nera è l’Inquisizione, la conquista dell’America e il cosiddetto genocidio degli indios. Principale promotore della Leggenda Nera fu l’Inghilterra elisabettiana in chiara polemica politico-culturale-religiosa contro Filippo II, visto come il difensore del Papato e della Cattolicità.
[6] Per essere precisi, Isabella aveva il titolo di Regina di Castiglia-León, mentre Ferdinando deteneva quello di Sicilia e di Aragona. Il concetto politico di Spagna come lo intendiamo oggigiorno è anche frutto del loro matrimonio, che portò infatti ad una unificazione personale delle due principali Corone iberiche. Per ovvie ragioni di brevità e semplicità, useremo in questo articolo il termine Spagna al posto di Castiglia, Aragona, León, etc.
[7] «Contemplativam tamen magis agere vitam quam activam videbatur»: Lucio Marineo Sículo, De Rebus Hispaniae memorabilibus, Alcalá 1533.
[8] «Horarium quoque sacerdotum more quotidie persolvebat»: Ibidem.
[9] Venne ordinato ai vescovi di riporre l’ostia consacrata in casse d’argento, di tenere puliti e ben ordinati gli addobbi e il necessario per la Messa e di tenere accesa la lampada davanti il Santissimo. Con ogni probabilità, Isabella aveva dei veri e propri informatori sul culto che la informavano di tutti gli abusi che si commettevano. Il documento è conosciuto come Las XXX cartas a los Obispos, è datato Granada 17 Agosto 1501 ed è conservato nell’Archivo General de Simancas (AGS, CCA,CED,5,204,4).
[10] Favor a la Orden de San Francisco. Dogma de la Inmaculada, AGS,CCA,CED,6,109 v. – 110 r.
[11] «Esto hazia de hombres leones, y de vasallos, esclavos; no se le iban los soldados fugitiuos»: Andrés Bernáldez, Historia de los Reyes Católicos D. Fernando y Doña Isabel, cit., p. 257.
[12] «Sabe Dios lo que me pesa de mañana no ver a vuestra senoría, que juro por vuestra vida y mía que nunca tanto ame»: AGS,ESTADO,Leg 1-1, f.180.
[13] Carta al Condestable de Castilla comunicándole la muerte de la Reina, AGS,PTR,DOC.1, 2r.